martedì 31 marzo 2009


Valdagno 30 marzo 2009


Valdagno 30 marzo 2009


COMUNICATO




Il Partito Democratico di Valdagno ha concluso il percorso decisionale in merito alle elezioni amministrative del prossimo Giugno.

Già a gennaio l’assemblea del Circolo aveva scelto, con una maggioranza praticamente unanime (99 voti a favore e uno contrario) di appoggiare la candidatura del Sindaco uscente Alberto Neri anche per il prossimo quinquennio. Una valutazione positiva dell’operato dell’attuale amministrazione, la continuità del progetto politico, che parte delle forze ora aggregate nel PD hanno condiviso per tre mandati, e la coerenza politico-amministrativa sono state le valutazioni di fondo che hanno condotto il partito a questa importante decisione

Una seconda scelta altrettanto impegnativa è stata effettuata nell’assemblea del 15 marzo. Dopo un’analisi e una riflessione a volte vissute con una certa sofferenza, con un’intensa e partecipata discussione all’interno del Circolo, sempre attraverso l’uso dello strumento del voto dell’assemblea, il PD valdagnese ha deciso, a maggioranza, di presentarsi con una propria lista e il proprio simbolo alla prova amministrativa di Giugno 2009.

Due scelte di responsabilità e chiarezza che chiamano il PD valdagnese, i suoi candidati, gli iscritti e gli elettori a un impegno forte in campagna elettorale e nella futura amministrazione. Una presenza che sarà attenta nei contenuti, responsabile nelle scelte e di pieno sostegno al lavoro dell’Amministrazione e al suo programma già delineato nella proposta di Bilancio recentemente approvato dal consiglio comunale.

Contemporaneamente il PD continuerà la sua opera di radicamento nel territorio tramite un’azione visibile e aperta con lo scopo di fornire ai valdagnesi un luogo di dibattito e di formazione, far apprezzare l’impegno politico-amministrativo e invogliare le persone ad impegnarsi per la loro città.

Sono indubbiamente dei compiti non facili da realizzare, ma costituiscono uno dei valori fondamentali per i quali il Partito Democratico è nato e uno dei principali impegni che il Circolo del PD di Valdagno si è assunto.


Coordinatore PD Valdagno
Franco Visonà

giovedì 12 marzo 2009

Crisi: responsabilità, coraggio, merito


Senso di responsabilità: oggi più che mai, ciascuno di noi dovrebbe dimostrarne in grande quantità per affrontare al meglio questo periodo di crisi che il Paese sta vivendo. Una crisi senza precedenti, la più grave dal ’29, la più invasiva nelle sue conseguenze sulla società e sull’economia reale. Sarebbe bene, dunque, che in questa situazione critica la smettessimo di agitare le bandierine dei meriti o dei demeriti, e guardassimo in avanti per capire quali sono i problemi da affrontare e le soluzioni da approntare.

Il decreto anticrisi presentato dal governo Berlusconi, nella sua ultima formulazione, non risponde alla necessità di fornire risposte forti a una situazione drammatica. Un esempio tra tanti può essere utile per illustrare al meglio la debolezza della soluzione proposta dall’esecutivo. Mi riferisco alla questione delle energie rinnovabili. Altrove – l’esperienza dell’America di Barack Omaba lo testimonia – si guarda alla “rivoluzione verde” come a una delle stelle polari per uscire dalla crisi. Da noi no. A dispetto di quanto avviene nel resto del mondo, il governo Berlusconi fa un grande passo indietro e modifica le norme relative alla detrazione 55% per i cittadini che investivano nel risparmio energetico. Erano due anni che quella norma esisteva e iniziava ad avere un buon effetto. I cittadini la richiedevano e le aziende stavano utilizzando questa opportunità, soprattutto quelle del comparto edilizio che è in grande crisi. Solo il fatto di infondere nella pubblica opinione il dubbio su quella norma, mettendone in discussione la stessa esistenza, ha determinato una situazione di panico e di incertezza nei cittadini. Si è come trasmessa la sensazione che lo Stato potesse ingannarli. È questo il concetto che è passato. Ed è devastante se si considera che quella misura era stata decisa per attivare un traino all’economia in un momento in cui l’edilizia era ferma.

Altro aspetto critico del decreto: il patto di stabilità. Un oggetto misterioso, conosciuto dagli addetti ai lavori, spesso visto dai cittadini come un alibi. Gli enti locali tendono, infatti, a motivare l’impossibilità di fare determinate opere con l’esigenza di rientrare nel Patto di stabilità. La realtà è che questo strumento è sempre stato applicato in modo piuttosto superficiale, specie per quanto riguarda la possibilità di premiare realmente gli enti virtuosi rispetto a quelli spreconi. Ebbene, il decreto anticrisi contiene una norma strumentale, fatta per uno solo fra gli 8.200 Comuni italiani. Uno solo! Quello di Roma, per il quale è stata concessa una deroga. Senza attenzione a quanto fatto o non fatto negli ultimi anni. E con buona pace di ogni criterio di merito e responsabilità.

C’è poi un altro aspetto legato a doppio filo alla crisi che il decreto non tiene in alcun conto: il rapporto tra imprese e pubblica amministrazione. Un patto di stabilità che si rispetti dovrebbe garantire risposte immediate, a partire dal pagamento dei fornitori da parte della PD. E’ un fatto strutturale ed endemico del Paese: da sempre le amministrazioni pubbliche pagano in ritardo i fornitori privati. Oggi, però, questi ritardi pesano come un macigno sulla disponibilità di denaro liquido delle imprese. Si tratta, dunque, di un danno sia per l’erario che paga tassi di interesse ovviamente più alti quanto più lungo è il tempo trascorso dalla scadenza del termine di pagamento. Ed è un danno soprattutto per il sistema produttivo, già colpito duramente dalla crisi, che è costretto a supplire alle mancanze del pubblico proprio in un momento in cui dovrebbe essere il pubblico a sostenere il privato, o quantomeno a non mettergli i bastoni tra le ruote.

Al Paese serve evidentemente altro. Servono soluzioni coraggiose e forti. Ad esempio, se oggi potessimo giovarci delle liberalizzazioni avviate nella scorsa legislatura e interrotte in quella attuale, affronteremmo meglio la crisi. Così non è. Le risposte fornite dal governo sono per ora leggere e approssimative. È necessario cambiare strada, nell’interesse generale. Siamo tutti chiamati a questo impegno. Poniamoci obiettivi più ambiziosi. Troviamo il coraggio di rilanciare cause giuste e necessarie come quella delle liberalizzazioni. Aggrediamo la crisi, senza paura di toccare interessi consolidati e nicchie di potere. Ne ha bisogno tutto il Paese.
Marco Stradiotto

Grazie dell'attenzione!
Distinti Saluti

Marco Stradiotto

domenica 1 marzo 2009

Sondaggio Consortium: il Pd sfiora il 30%, Dario batte Walter di 6 punti



Nessun calo per il Partito Democratico dopo le dimissioni di Walter Veltroni. Anzi, il Pd è stabile al 29,5% dal 26 gennaio. In esclusiva su Affaritaliani.it i risultati - in controtendenza rispetto agli altri sondaggisti - di Nicola Piepoli, presidente di Consortium. La fiducia in Dario Franceschini segretario è al 34%, sei punti sopra il suo predecessore.

"I dati del 23 febbraio confermano il gradimento nel presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e nell'esecutivo di Centrodestra, entrambi stabili al 50%. Veltroni in una settimana, grazie alle dimissioni, è salito di tre punti percentuali al 28. Ma il neo-segretario dei Democratici Franceschini ha un gradimento nettamente superiore: 34%.

Per quanto riguarda le intenzioni di voto, da lunedì 9 febbraio la maggioranza è ferma al 51%. Il Popolo della Libertà vale il 41%, la Lega Nord il 9 e l'Mpa l'1%. Anche se il computo nazionale danneggia il movimento di Raffaele Lombardo, che prendendo 600.000 voti in Sicilia, in realtà, è all'1,5% circa. Il Partito Democratico, nonostante le dimissioni di Veltroni e il cambio al vertice, è stabile al 29,5% dal 26 gennaio scorso. Non è affatto crollato come sostengono i miei colleghi. L'Italia dei Valori è stabile al 6% dal 19 gennaio e l'Udc al 5,5 dal 12 del mese scorso. Rifondazione Comunista si attesta al 2%, salita nelle ultime tre settimane (prima era all'1,5). Il Pdci è stabile all'1% dal 16 dicembre, stesso valore per i Verdi addirittura dall'ottobre 2008. La Destra, infine, è scesa dal 2 all'1,5% rispetto a quindici giorni fa. Le cifre dei partiti sono pietrificate e penso che queste saranno quelle delle elezioni europee".

Il sondaggio Consortium è stato realizzato lunedì 23 febbraio, campione di 1.000 casi rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne in base ai parametri ISTAT di sesso, età e macro-area di residenza; metodologia C.A.T.I.

Sabato 28.02.2009 07:45

sabato 7 febbraio 2009

Testo integrale della lettera al Presidente del Consiglio

Questo il testo integrale della lettera che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha
inviato al Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, precedentemente alla
approvazione da parte del Consiglio dei ministri di un decreto legge in relazione al caso Englaro.


"Signor Presidente,
lei certamente comprenderà come io condivida le ansietà sue e del Governo rispetto ad una vicenda
dolorosissima sul piano umano e quanto mai delicata sul piano istituzionale.
Io non posso peraltro, nell'esercizio delle mie funzioni, farmi guidare da altro che un esame
obiettivo della rispondenza o meno di un provvedimento legislativo di urgenza alle condizioni
specifiche prescritte dalla Costituzione e ai principi da essa sanciti.
I temi della disciplina della fine della vita, del testamento biologico e dei trattamenti di
alimentazione e di idratazione meccanica sono da tempo all'attenzione dell'opinione pubblica, delle
forze politiche e del Parlamento, specialmente da quando sono stati resi particolarmente acuti dal
progresso delle tecniche mediche.
Non è un caso se in ragione della loro complessità, dell'incidenza su diritti fondamentali della
persona costituzionalmente garantiti e della diversità di posizioni che si sono manifestate,
trasversalmente rispetto agli schieramenti politici, non si sia finora pervenuti a decisioni legislative
integrative dell'ordinamento giuridico vigente.
Già sotto questo profilo il ricorso al decreto legge - piuttosto che un rinnovato impegno del
Parlamento ad adottare con legge ordinaria una disciplina organica - appare soluzione inappropriata.
Devo inoltre rilevare che rispetto allo sviluppo della discussione parlamentare non è intervenuto
nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi
dell'art. 77 della Costituzione se non l'impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e
drammaticità di un singolo caso. Ma il fondamentale principio della distinzione e del reciproco
rispetto tra poteri e organi dello Stato non consente di disattendere la soluzione che per esso è stata
individuata da una decisione giudiziaria definitiva sulla base dei principi, anche costituzionali,
desumibili dall'ordinamento giuridico vigente.
Decisione definitiva, sotto il profilo dei presupposti di diritto, deve infatti considerarsi, anche un
decreto emesso nel corso di un procedimento di volontaria giurisdizione, non ulteriormente
impugnabile, che ha avuto ad oggetto contrapposte posizioni di diritto soggettivo e in relazione al
quale la Corte di cassazione ha ritenuto ammissibile pronunciarsi a norma dell'articolo 111 della
Costituzione: decreto che ha dato applicazione al principio di diritto fissato da una sentenza della
Corte di cassazione e che, al pari di questa, non è stato ritenuto invasivo da parte della Corte
costituzionale della sfera di competenza del potere legislativo.
Desta inoltre gravi perplessità l'adozione di una disciplina dichiaratamente provvisoria e a tempo
indeterminato, delle modalità di tutela di diritti della persona costituzionalmente garantiti dal
combinato disposto degli articoli 3, 13 e 32 della Costituzione: disciplina altresì circoscritta alle
persone che non siano più in grado di manifestare la propria volontà in ordine ad atti costrittivi di
disposizione del loro corpo.
Ricordo infine che il potere del Presidente della Repubblica di rifiutare la sottoscrizione di
provvedimenti di urgenza manifestamente privi dei requisiti di straordinaria necessità e urgenza
previsti dall'art. 77 della Costituzione o per altro verso manifestamente lesivi di norme e principi
costituzionali discende dalla natura della funzione di garanzia istituzionale che la Costituzione
assegna al Capo dello Stato ed è confermata da più precedenti consistenti sia in formali dinieghi di
emanazione di decreti legge sia in espresse dichiarazioni di principio di miei predecessori (si
indicano nel poscritto i più significativi esempi in tal senso).
Confido che una pacata considerazione delle ragioni da me indicate in questa lettera valga ad
evitare un contrasto formale in materia di decretazione di urgenza che finora ci siamo
congiuntamente adoperati per evitare".
Poscritto
1. Con una lettera del 24 giugno 1980, il Presidente Pertini rifiutò l'emanazione di un decreto-legge a lui sottoposto per la firma in materia di verifica delle
sottoscrizioni delle richieste di referendum abrogativo;
2. il 3 giugno 1981, sempre il Presidente Pertini, chiamato a sottoscrivere un provvedimento di urgenza, richiese al Presidente del Consiglio di riconsiderare la
congruità dell'emanazione per decreto-legge di norme per la disciplina delle prestazioni di cura erogate dal Servizio Sanitario Nazionale. Nel caso specifico, uno
degli argomenti addotti dal Capo dello Stato consisteva nel rilievo della contraddizione tra la disciplina del decreto-legge emanando e "un indirizzo
giurisprudenziale in via di definizione";
3. con lettera 10 luglio 1989 al Presidente del Consiglio De Mita, il Presidente Cossiga manifestò la sua riserva in ordine alla presenza dei presupposti
costituzionali di necessità e urgenza ai fini dell'emanazione di un decreto-legge in materia di profili professionali del personale dell'ANAS e affermò: "Ritengo,
pertanto, che, allo stato, sia opportuno soprassedere all'emanazione del provvedimento, in attesa della conclusione del dibattito parlamentare sull'analogo
decreto relativo al personale del Ministero dell'interno";
4. in quella stessa lettera e successivamente nella lettera al Presidente del Consiglio Andreotti del 6 febbraio 1990, il Presidente Cossiga richiamò all'osservanza
delle specifiche condizioni di urgenza e necessità che giustificano il ricorso alla decretazione di urgenza, ritenendo legittimo da parte sua - in caso di non
soddisfacente e convincente motivazione del provvedimento - il puro e semplice rifiuto di emanazione del decreto - legge;
5. con un comunicato del 7 marzo 1993, il Presidente Scalfaro, in rapporto all'emanazione di un decreto-legge in materia di finanziamento dei partiti politici
invitò il Governo a riconsiderare l'intera questione, ritenendo più appropriata la presentazione alle Camere di un provvedimento in forma diversa da quella del
decreto-legge.

giovedì 5 febbraio 2009

Le deputate e i deputati PD per LAVORO FAMIGLIE e IMPRESE

Le 10 proposte dei deputati PD per far uscire l’Italia dalla crisi

Un paracadute contro la disoccupazione

Aumentare subito le risorse e allargare la platea dei lavoratori che accede agli ammortizzatori sociali: estendere la cassa integrazione, i trattamenti di mobilità e disoccupazione ai collaboratori a progetto, titolari di partita IVA a basso reddito, apprendisti e dipendenti del settore artigiano.

Aiuti alle famiglie
Aumentare del 20% gli assegni familiari per i nuclei a basso e medio reddito: il bonus e la social card previste dal Governo sono del tutto insufficienti per sostenere i redditi delle famiglie in difficoltà.

Aiuti alle piccole e medie imprese
Incrementare il Fondo destinato a garantire il credito concesso dalle banche alle piccole e medie imprese.

Tempi certi per i pagamenti della Pubblica Amministrazione
Permettere alle imprese creditrici nei confronti della Pubblica Amministrazione di ottenere la certificazione del credito in modo da poter riscuotere, in tempi più rapidi, i pagamenti, anche attraverso la Cassa depositi e prestiti.

Tutela dei lavoratori
Cancellare la misura, elaborata dal Governo per sbloccare il caso Alitalia, che rende strutturale l’assenza di tutele per i lavoratori in tutti i casi di cessione del ramo dell’azienda.

Investimenti degli Enti locali
Sbloccare gli investimenti degli Enti locali attraverso una deroga al Patto di stabilità interno che ne vincola i bilanci.

Massimo scoperto bancario
Rendere nulla qualsiasi clausola che contenga una commissione per il massimo scoperto, indipendentemente dall’effettivo utilizzo.

Bolletta elettrica
Garantire che il prezzo dell’energia rimanga unico e nazionale anche nel caso in cui il Governo suddivida la rete in tre macro-zone (Nord, Centro, Sud).

Credito d’imposta per la Ricerca
Ripristinare l’automatismo del credito d’imposta per le imprese che investono in Ricerca e innovazione anziché subordinarlo ad un procedimento burocratico che non ne garantisce la concessione.

Incentivi agli investimenti nel Mezzogiorno
Ripristinare l’automatismo del credito d’imposta per le imprese che investono nelle aree sottoutilizzate del Paese.

Il Governo lascia solo il Paese davanti alla crisi Risorse stanziate dai principali Paesi europei a sostegno dell’economia in miliardi di euro

domenica 1 febbraio 2009

Tra Lega e Pd la strategia del flirt
di ILVO DIAMANTI

Potrebbe la Lega tradire il Pdl per fuggire con il Pd? E Bossi abbandonare Berlusconi per Veltroni? Il quesito echeggia nelle stanze della politica dopo il voto sul disegno federalista, bandiera della Lega, approvato neig iorni scorsi con il voto della maggioranza e l'astensione del Pd e dell'Idv. Di fatto: con il consenso - condizionato - del centrosinistra.
Difficile non rammentare il 1995, quando la Lega, dopo la rottura con il Polo di Berlusconi, si presentò da sola a tutte le scadenze elettorali. Appoggiando, in alcuni ballottaggi, l'Ulivo. Il quale vinse, per questo, le elezioni regionali del 1995, ma anche le politiche del 1996. Quando la Lega trionfò.

LE TABELLE

Inneggiando alla secessione. È possibile che in futuro si riproponga lo stesso schema? Che la Lega, partito del Nord, possa sfidare il Pdl, il Polo del Centrosud, ancorato a Roma (An) e in Sicilia (Forza Italia)? Quesito legittimo, visto che, alle elezioni legislative, la Lega ha conquistato oltre l'8% dei voti, a livello nazionale, ma quasi il 20% nel Nord (esclusa l'Emilia Romagna). E successivamente, secondo i sondaggi, è cresciuta, fino a superare il 10%. Il che significa: primo partito in Lombardia e Veneto, dove si aggirerebbe intorno al 30%. D'altra parte è chiaro che il concorrente diretto della Lega è il Pdl, non certo il Pd. Tra i simpatizzanti della Lega, 2 su 3 si dicono vicini al Pdl (nel Nordest, sondaggio Demos per il Gazzettino, luglio 2008). Reciprocamente, 8 simpatizzanti su 10 del Pdl si dicono vicini alla Lega.
Passando alle radici territoriali, alle elezioni del 2008 la Lega si è imposta come primo partito in oltre 800 comuni su un totale di 4000 (pressappoco) che ne conta il Nord (senza l'Emilia Romagna). Nella gran parte dei casi, però, si tratta di un "ritorno", visto che, dopo il 1996, erano stati "conquistati", perlopiù, da FI (si veda l'analisi delle elezioni 2008 su www.demos.it).

Da ciò il problema, per la Lega: trattenere gli elettori "mobili" che, a ondate, in alcune occasioni la spingono in alto, allargando la base "fedele", peraltro ampia e solida. Perché più di ogni altra forza politica la Lega presenta i caratteri del "partito di massa". È radicata nella società e sul territorio del Nord, dove governa in centinaia di comuni piccoli e medi. Dispone di una base fedele, rilevante: il 4% su base nazionale, poco meno del 10% nel Nord. Questi elettori la votano sempre e comunque. Per atto di fede. Esprimono un alto grado di identità "comunitaria". Circa 2 su 3, fra i leghisti, affermano di frequentare in larga maggioranza persone che hanno "le loro stesse opinioni politiche" (LaPolis, maggio 2008, 2100 casi; per dati e tabelle rinviamo a www.demos.it).

Al tempo stesso, però, più degli altri partiti, la Lega riesce ad attirare elettori da altri settori politici, ma anche a perderli. Con un effetto a fisarmonica. È già avvenuto in passato, negli anni Novanta. Si è verificato anche in questo decennio. Alle ultime elezioni, in particolare, ha raddoppiato i voti, perché accanto agli elettori fedeli se ne sono aggiunti altrettanti di nuovi. Ne possiamo osservare i principali caratteri utilizzando i dati di un'indagine condotta nei mesi successivi al voto. Gli orientamenti che distinguono maggiormente i leghisti "nuovi" dai "fedeli" sono, in ordine di importanza, la paura degli immigrati, la domanda disicurezza, la sfiducia nello Stato e nella politica. Aspetti che, perlopiù, specificano l'insieme della base leghista dall'elettorato nel complesso. Ma che raggiungono, fra i neo-leghisti, un livello elevatissimo, il più alto in assoluto. La Lega, in altri termini, ha interpretato il senso di insicurezza che ha investito la società italiana, soprattutto nel Nord.
Non è un caso che abbia conseguito la maggior crescita elettorale in due province, Verona (+19 punti percentuali) e Treviso (+ 17), dove governano Tosi e Gentilini. Sindaci (o prosindaci) leghisti, capaci più di ogni altro, di intercettare - ma anche di alimentare - le paure suscitate dalla criminalità e dai flussi migratori. Inscindibilmente collegati, nel senso comune. Inoltre, i "nuovi" elettori della Lega l'hanno usata come un messaggio antipolitico. Quasi uno su due, tra essi, spiega il proprio votoanzitutto come un atto di "protesta".
Il "federalismo", per questo, è importante, per la Lega. È una bandiera condivisa, in grado di tenere insieme i sentimenti e i risentimenti di un elettorato, peraltro, molto differenziato. Ma, nel tempo della politica come marketing, è stato "clonato". Intercettato e riproposto da tutti, come ogni messaggio dotato di appeal. Così il Federalismo, parola scandalosa vent'anni fa, oggi echeggia dovunque. Ne parlano tutti, senza timidezza e senza vergogna. Anche i più centralisti dei centralisti. Anche le forze politiche più "meridionali". Poco è costato ai "romani" di An e ai "siciliani" di FI sostenerlo. E al Pd astenersi. Tanto il decreto del governo è in-definito. Non se ne conoscono con precisione i costi e i vincoli. Il federalismo a parole: dispiace a pochi. Giusto all'Udc. Paradossalmente: per giocare il gioco della Lega. Per distinguersi da tutti.

Ma davvero la Lega può "staccarsi" da Berlusconi come nel 1994? Ciò che avvenne dopo quella data dovrebbe apparire educativo. Visto che la Lega secessionista trionfò nel 1996 per crollare successivamente. Quando, solitaria, negli anni seguenti finì ai margini del sistema politico. Abbandonata da molti elettori che l'avevano votata, in precedenza, per costringere Roma a una maggiore attenzione verso il Nord, non per andarsene dall'Italia. Oggi, come nel 1996, la Lega è tornata forte. Ma insieme al Pdl. A Berlusconi. Facendo l'opposizione non "al" ma "nel" governo.

Il dialogo con il Pd può servire alla Lega. Per marcare le distanze da Berlusconi e da Fini. Da Roma Ladrona e dalla Sicilia Sprecona. Per fare pressione. Ottenere di più. Non oltre. Perché i leghisti non sono più, come un tempo, estremisti di centro. Quando - a metà degli anni Novanta - i loro elettori non stavano né a destra né a sinistra, ma "fuori" dallo spazio politico. Oggi, invece, la Lega è naturaliter affine (e concorrente) rispetto ad An, per cultura securitaria, e rispetto a Berlusconi, per cultura (anti) politica. Sullo spazio politico (i suoi elettori - nuovi e fedeli, non importa - si situano più a destra del Pdl. Non accetterebbero mai un'intesa stabile con il Pd. Con la Sinistra. Con gli ex democristiani e comunisti. Se non in occasioni e in contesti specifici. È solo un flirt. Per ingelosire l'amante e costringerlo a un'attenzione maggiore.


(26 gennaio 2009)

lunedì 26 gennaio 2009

MURARO Gilberto - 22 gennaio 2009
I costi del federalismo

Pubblicato su Il Mattino di Padova, ven. 23 gennaio 2009, pp. 1 e 12

FEDERALISMO, SI’ DEL SENATO

A volte servono le cifre, a volte e è necessaria e sufficiente l’analisi logica.Nel caso del federalismo fiscale in discussione in Parlamento, si può dire a priori che per definizione esso abbasserà il costo complessivo della finanza locale… se funzionerà. Sarà il costo standard, infatti, e non il costo storico a determinare quanto dare alla periferia. Un costo ancora da definire, è vero, ma basato su un concetto chiaro : il concetto che la spesa necessaria all’adempimento dei compiti affidati a regioni, province e comuni va valutata in base a un ragionevole standard di efficienza, senza più accettare l’inefficienza insita in molti casi nella spesa storica. In particolare, per essere chiari, senza più accettare il costo del sovrabbondante impiego pubblico che caratterizza gran parte della finanza locale al Sud. A parità di funzioni, quindi, il federalismo fiscale non può che comportare un risparmio, in teoria.Ne consegue che un eventuale maggiore costo del federalismo fiscale è concettualmente associabile non alla riforma ma al suo fallimento. Se la macchina burocratica centrale non verrà ridotta in cambio della dilatazione di quella periferica, allora sì che il federalismo fiscale comporterà un doppio costo. Oppure, se numerosi Comuni, Province e Regioni si terranno le maggiori risorse locali che una dilatata autonomia tributaria consentirà loro di prelevare e poi chiederanno a Roma quanto o più di quello che ottengono ora e lo otterranno da un Governo e un Parlamento ricattati dai buoni sentimenti o preoccupati dalle prossime elezioni più che dalle crepe delle finanza pubblica, allora sì che il federalismo fiscale comporterà una spesa aggiuntiva e non un beneficio per la nazione.Non sono ipotesi astratte. E’ fin troppo noto il paradosso della maggiore spesa e del maggiore impiego pubblico statale che si è manifestato dopo il forte decentramento di funzioni introdotto a fine anni ’90 dalle leggi Bassanini . E per quanto riguarda il mancato rispetto delle regole nel rapporto tra centro e periferia, esso rappresenta una potente chiave di lettura di una parte rilevante della storia finanziaria dell’Italia repubblicana. Fin dagli inizi, quando la Sicilia ottiene il diritto di trattenere praticamente l’intero prelievo tributario locale in cambio di maggiori impegni di spesa, in particolare in cambio dell’ingente spesa per l’ istruzione, e poi si tiene le risorse continuando a mandare a Roma, cioè ai non siciliani, il conto delle scuole. E poi, con la politica successiva alla riforma fiscale degli anni ’70, quando il governo pone agli enti periferici vincoli di bilancio che non fa rispettare e procede poi a sanatorie dei deficit e addirittura basa i successivi trasferimenti sulla spesa “sanata” e quindi premia di fatto i Comuni con maggiori deficit ( che è il motivo per cui i comuni veneti continuano a essere puniti per essere stati virtuosi, come più volte segnalato su queste colonne). E poi ancora, con i deficit della gestione regionale della sanità che nell’ultimo triennio hanno indotto a dare ad alcune regioni miliardi di fondi aggiuntivi rispetto a quanto loro attribuito dalla formula di ripartizione del fondo sanitario nazionale, che è tecnicamente una buona formula. E per arrivare ai giorni nostri, abbiamo già dimenticato i 140 milioni a Catania e i 500 a Roma di qualche settimana fa?
Non si tratta quindi di interrogarsi oggi sui costi della riforma o comunque chiedere delle cifre che non possono derivare dai “principi” contenuti nel progetto di legge delega oggi in discussione. I numeri, infatti, non potranno che emergere dai successivi decreti legislativi che preciseranno le norme e i loro effetti. Ciò che oggi appare necessario e sufficiente è l’ impegno di tutti - un impegno corale e solenne, senza se e senza ma - a essere finalmente seri.

giovedì 15 gennaio 2009

15/01/2009
Roma
Decreto Anticrisi, Rubinato: “Il Governo Berlusconi e la sua maggioranza hanno tradito il popolo delle partite iva del nord est”.



“Quello che chiedevo attraverso un emendamento presentato in sede di Commissioni riunite Bilancio e Finanze respinto con i voti della maggioranza, Lega Nord compresa – osserva la parlamentare veneta – era che il Governo avesse il coraggio di chiarire una volta per tutte la valenza probatoria degli studi di settore, per ricondurli alla loro funzione di strumento imprescindibile di accertamento, ma non di vessazione del contribuente. Ho trasformato l’emendamento in ordine del giorno, ma anch’esso è stato bocciato da Governo e maggioranza.”

“Il vero problema degli studi di settore – continua la Rubinato – riguarda la loro valenza probatoria. Sulla base della prassi vigente il semplice scostamento dei ricavi del contribuente dalla congruità degli studi di settore determina il pressoché automatico accertamento a carico del contribuente stesso, in particolare dei piccoli imprenditori, i quali, in questo caso, si trovano di fronte ad un compito impossibile: dimostrare all’Ufficio perché “non hanno guadagnato di più”, con il rischio di doverlo fare, proponendo un ricorso che dura anni mentre sono costretti a pagare in anticipo fino al 50%".

"Il mio ordine del giorno – seguita la componente della Commissione Bilancio – mirava ad evitare che lo strumento degli studi di settore si prestasse ad essere utilizzato in questa maniera vessatoria, stabilendo che l’onere della prova invece è a carico dell’agenzia delle entrate. Inoltre, chiedevo al Governo l’impegno di revisionare e di adeguare gli studi di settore con l’ausilio delle associazioni di categoria alla realtà economica di ciascun territorio e dei diversi comparti produttivi, tanto più in un periodo di crisi come quello che vive attualmente il tessuto di tutta l’impresa del Nord-Est".

“Registro che, sul punto, il Governo Berlusconi mette una vera e propria foglia di fico per tentare di nascondere l'inefficacia della propria azione politico-legislativa anche sugli studi di settore.
Ancora una volta, la Lega tradisce nei fatti il popolo delle partite IVA del Nord Est.
L’appuntamento è per lunedì 26 gennaio a Treviso dove ci riuniremo insieme con i piccoli imprenditori delusi da questo ennesimo voltafaccia del Governo Berlusconi”.

mercoledì 14 gennaio 2009


La protesta del presidente “scopre” i problemi della maggioranza.
Berlusconi-Fini, la fiducia a destra o è finta o è finita
Un incidente dietro l’altro, il governo ha trovato un argine a Montecitorio


«Il rispetto della centralità del parlamento non si limita all’omaggio del lavoro fatto in commissione e impedendo ai deputati di pronunciarsi in aula su un testo». In un’atmosfera quasi surreale, tra gli applausi di tutta l’opposizione, il presidente della camera Fini ieri ha duramente censurato la decisione del governo di porre la fiducia sul decreto legge anti-crisi per problemi politici interni alla maggioranza e per garantirne la tenuta. Berlusconi, seccato, ha preferito non commentare direttamente l’intervento di Fini mentre il capogruppo dei deputati del Pdl, il forzista Cicchitto, ha preso formalmente le distanze dalle parole del presidente della camera «che non condividiamo ». La componente di An all’interno del Pdl tace imbarazzata, la Lega ironizza sul «ruolo super partes » scoperto da Fini e accusandolo di strumentalizzare il caso: «Siamo tutti uomini di mondo», ha detto il capogruppo del Carroccio Cota. Bossi è irritato perché Fini lo scavalca come garante del dialogo col Pd. Tra Fini e Berlusconi, ormai, volano scintille su tutti i principali temi dell’agenda politica: a partire dal nodo delle riforme, giustizia e non soltanto, che per la terza carica dello stato, in linea con la posizione del Quirinale, «devono essere condivise» e bipartisan.
Per il leader del Pd, Walter Veltroni, la richiesta di fiducia da parte del governo «sanziona la grande difficoltà che c’è nella maggioranza.
Ha fatto bene il presidente della camera a richiamare le prerogative del parlamento. Questa fiducia costituisce uno strappo consistente anche nella prassi della vita parlamentare». ALLE PAGINE 2 E 6

martedì 13 gennaio 2009

Email di Veltroni ai coordinatori dei circoli PD

Cari amici,

voglio farvi i miei auguri per un sereno 2009 ringraziandovi per l'entusiasmo
e l'impegno che mettete ogni giorno nel far vivere i nostri circoli.

Siamo una grande forza riformista, nata da un anno in soli 12 mesi abbiamo
già affrontato le elezioni conquistando il consenso di oltre un terzo degli
italiani. L'anno che sta per arrivare sarà impegnativo per tutti: penso alla
campagna per il tesseramento, alla conferenza programmatica e alle elezioni
amministrative ed europee.

Dando vita al Partito Democratico, abbiamo alimentato grandi aspettative,
abbiamo suscitato una speranza nuova. Ora, abbiamo il dovere di rispettare
l'impegno assunto con chi ha votato per noi, con chi ci ha sostenuto anche
partecipando alla grande manifestazione del 25 ottobre al Circo Massimo, un
evento che non sarebbe stato possibile senza di voi.
Lo so perché ogni volta che visito un circolo trovo una piccola comunità che
ha preso coscienza del nostro ruolo nella vita degli italiani. È nei circoli
che si capisce come la forza del Partito Democratico è in tutte quelle
persone che si impegnano nelle ore libere del giorno perché credono nella politica,
nella sua capacità di cambiare le cose, nella forza della partecipazione dei
cittadini.

Di questo c'è bisogno, innanzitutto per il Paese, che sta attraversando una
crisi sempre più grave, di fronte alla quale il governo si mostra sempre più
inadeguato.

Ci sarà molto da fare nel corso del nuovo anno, e lo faremo assieme. Ancora
auguri.

Walter Veltroni
12/01/2009
Padova
Nuova Alitalia? Una fregatura!
di Marco Stradiotto*




Quel dibattito, con le relative semplificazioni, contribuì a far fallire la trattativa fra la nostra compagnia di bandiera e Air France-Klm. Da un lato, le polemiche sollevate da Berlusconi con la sua ostilità nei confronti della soluzione franco-olandese; dall’altro, il gioco delle parti tra i sindacati, con aperture e dietrofront quasi all’ordine del giorno. Come risultato, peraltro forse a quel punto prevedibile, il ritiro dell'offerta da parte del presidente Spinetta.

Ai firmatari dell’accordo e al governo Prodi, il centrodestra allora all’opposizione imputava soprattutto due colpe: la perdita dell'italianità della compagnia di bandiera e il ridimensionamento dello scalo di Malpensa. Il tutto condito con un messaggio mediatico molto semplice, ma martellante: l’operazione rischiava di essere – si diceva – una “svendita” ai cugini d’oltralpe che, per pochi spiccioli, avrebbero messo le mani sul nostro vettore storico. Le notizie di queste ultime ore, che danno ormai come imminente l’accordo tra la nuova Alitalia (Cai) e Air France-Klm, dimostrano quanto quelle critiche fossero immotivate, oltreché strumentali.

La verità, sotto gli occhi di tutti, è che la nostra era una posizione oggettivamente legittima perché quella di marzo era una buona offerta. E non è un caso che, dopo oltre otto mesi di chiacchiere e tira e molla, si sia sostanzialmente tornati alla situazione di partenza. Con una differenza, purtroppo, fondamentale e dolorosa per le tasche dei contribuenti italiani: la gestione disastrosa dell’operazione Alitalia costa più di 4 miliardi di euro.

E, a distanza di pochi mesi, Air France è sul punto di mettere a segno un vero e proprio affare, comprando il 25% della “parte buona”di Alitalia e spendendo una cifra irrisoria: solo 300 milioni di euro. Ce n’è abbastanza per far brindare a champagne Spinetta e soci.

In primavera, infatti, si sarebbero accollati oneri e onori dell’operazione, acquistando il pacchetto completo, debiti compresi. Oggi si portano a casa un quarto di una compagnia di bandiera sana, depurata dai debiti e dal personale in eccedenza. Alitalia, nel frattempo, è stata infatti divisa in due società, una buona e l'altra cosiddetta “marcia”.
Nella prima c'è il business, le rotte, le autorizzazioni, le concessioni; nella seconda i debiti e il personale. In questi giorni il commissario Fantozzi ha peraltro ammesso che non riuscirà a onorare tutti i crediti maturati dai fornitori di Alitalia: un totale di oltre 3 miliardi di euro.

Se ad essi si aggiungono – oltre ai 400 milioni di prestito ponte che non sarà restituito – anche i maggiori oneri che lo Stato dovrà versare per finanziare gli ammortizzatori sociali necessari a sostenere i lavoratori licenziati da Alitalia non riassunti dalla nuova compagnia, si ha un quadro chiaro (o meglio scuro, scurissimo) dei costi che peseranno sulle tasche dei contribuenti.

Insomma, mi si passi l’espressione, tutto si è risolto in una vera e propria fregatura! Un pessimo affare non solo, in generale, per la collettività, ma anche, più nello specifico, per i viaggiatori, che presumibilmente dovranno, almeno nella prima fase, pagare tariffe più onerose a fronte di una qualità del servizio peggiore.

Con buona pace della concorrenza, infatti, la Cai è nata dalla fusione di Alitalia e Air One. Ciò ha dato vita a un nuovo monopolio, che – come può testimoniare chi in questi mesi di transizione sta utilizzando il vettore aereo – ha determinato uno sconsiderato aumento dei prezzi dei biglietti e un deterioramento del servizio.

Tanto per fare un esempio, la rotta Venezia-Roma ha subito un drastico taglio dei numero dei voli. C’è, inoltre, il problema del futuro dello scalo di Malpensa. Siamo di nuovo alla situazione di otto mesi fa. Le scelte aziendali della nuova Alitalia di fatto penalizzano lo scalo lombardo, perché essa chiede che le rotte disponibili non vengano messe a disposizione delle compagnie che ne facessero richiesta. Il monopolio nella rotta Milano-Roma è certamente una ghiotta opportunità di guadagno per la nuova Alitalia, ma non sempre gli interessi di un’azienda si sposano con quelli degli utenti.

E in questo caso garantire la concorrenza e la possibilità di scelta, evitando di consolidare l’ennesimo monopolio, sarebbe una precisa responsabilità delle istituzioni e delle autorità preposte alla gestione del settore e al controllo del rispetto delle regole.

Proviamo, in conclusione, a stilare una breve lista degli effetti dell’operazione Alitalia sul nostro sistema: - costi per la collettività pari a circa 4 miliardi di euro, 74 euro a testa per ogni italiano; - creazione di un nuovo monopolio per le rotte interne con la rottura della concorrenza tra Air One e Alitalia; - riduzione del numero dei voli; - aumento del prezzo dei biglietti; - ridimensionamento di Malpensa.

Infine, con l’ingresso di Air France-Klm, abbiamo perso anche l’ultimo baluardo, vale a dire l’italianità del gruppo tanto cara a Berlusconi in campagna elettorale. Cosa resta? Al termine di questa sciagurata vicenda c’è qualcuno che intende assumersene davvero la responsabilità?

giovedì 8 gennaio 2009

8/01/2008
Padova
Dal Corriere del Veneto
L’IPOCRISIA
di ALESSANDRO RUSSELLO*
Se addì 8 gennaio — Jesolo, Veneto, Italia — dovessimo dire cos'è l'identità veneta ci sarebbe un'unica risposta: non esistono né l'identità né il Veneto. O forse, se l'identità è questa — respingere come «orde extracomunitarie che inquinano il territorio» qualche decina di ragazze e ragazzi clandestini dagli 11 ai 17 anni trasferiti da Lampedusa per essere ospitati temporaneamente nel centro della Croce Rossa — sarebbe misurabile quest'assenza di «idem sentire» con un solo sostantivo: vergogna.
Qui non c'entra il dibattito sulla sicurezza e sui flussi, sull'impatto dell'immigrazione e sugli usi e i costumi del meticciato di volti e culture. Qui c'entra solo una cosa: la perdita di un supervalore valore religioso e laico insieme, territoriale e cosmico insieme che è il valore dell'Umanità. Nel merito, nel linguaggio, nell'azione politica, dibattere per giorni sulla possibilità di ospitare o meno in una colonia del mare d'inverno un gruppo di ragazzi che scappano da fame e guerre o comunque da realtà infami e dolenti, significa aver venduto la bussola dell'umanesimo passando dall'etica del buon senso al mercato del consenso, dal seme della tolleranza (pur vigile) alla negazione dei diritti universali.
Che senso ha — e lo diciamo soprattutto alla Lega, abile a nascondere la firma del suo ministro Maroni sull'«operazione Jesolo » — sovvenzionare i presepi viventi facendo morire il senso che quei presepi (ancora?) rappresentano. Quanta ipocrisia c'è nel brandire con una mano le radici cristiane e con l'altra respingere la carne, il sangue e la parola del «profugo» più famoso della terra che è Gesù Cristo?
Davvero non c'entrano, qui, né il buonismo né il decisionismo, né la destra né la sinistra, né il culto delle sagre padane né la società contaminata della globalizzazione economica. Qui è in gioco, a proposito di identità di un popolo di ex migranti, il residuo umanitario di una terra la cui secolarizzazione non ha comunque cancellato il virus potente della solidarietà. E nella guerra dei sostantivi, solidarietà è ancora l'unico che per quanto desueto e impegnativo possa combattere la vergogna di posizioni che ancor prima di sembrare politiche contengono un grande carico di disumanità. Alimentando a loro volta le posizioni «prepolitiche » di chi pensa che la spada del Guerriero di Giussano (peraltro lombarda) debba abbattersi su tutto ciò che non parla, non pensa o non respira veneto.
*Caporedattore del Corriere del Veneto

martedì 6 gennaio 2009

• IL GIORNALE DI VICENZA 04/01/2009
Troppi poveri, il Comune mette mano al bilancio
SOCIALE. Ventiseimila euro saranno destinati a chi non riesce più a pagare l'affitto
Previsti fondi per 140 mila € che andranno a coprire il minimo vitale dei cittadini che sono più in difficoltà


La crisi si fa sentire anche a Valdagno. E per venire incontro alle persone in difficoltà si mette mano al bilancio. I 100 mila euro previsti per il 2008 per il minimo vitale, infatti, non bastano più. Si è così dovuto portare il budget a 140 mila euro, 26 mila dei quali destinati a contributi per gli affitti. Tra chi se la passa male spiccano le donne sole, con figli a carico.
Lo confermano i numeri: se nel 2007 erano state solamente 4 quelle che si erano rivolte ai servizi sociali per un aiuto economico, nell'anno appena concluso si è toccata quota 17. Una cifra che in valore assoluto potrebbe non sembrare eclatante, ma che in realtà è più che quadruplicata e per questo non si nasconde preoccupazione negli uffici comunali competenti, con l'Amministrazione costretta a mettere mano al "portafogli". Aumenta, inoltre, la spesa per le integrazioni delle rette per gli asili nido: basti pensare che in tre anni si è passati da 131 mila euro a 261 mila, in pratica il doppio. Ma c'è grande attenzione anche per i giovani: si è passati da una spesa prevista di 36 mila euro a 53 mila, che sono andati soprattutto alle attività promosse dall'assessorato alle politiche giovanili. Un resoconto, quello dell'anno che si è appena concluso, che se da un lato evidenzia il consistente sforzo messo in atto dalla macchina comunale, dall'altro evidenzia la necessità di incrementare le risorse messe a disposizione per chi soffre dal punto di vista economico. Sul versante della terza età, Valdagno ha messo in campo una rete di servizi che ha come scopo il benessere degli over 65.
Da circa 20 anni, è attivo il servizio di consegna pasti a domicilio e la città, dopo Vicenza, è stata tra i primi comuni della provincia ad offrire questa opportunità. In totale, nell'anno sono stati quasi 30 mila i pasti consegnati, con 115 anziani che usufruiscono del servizio.
Vengono assistiti da 7 sette operatrici sociali: il loro lavoro non si limita alla semplice consegna dei pasti, ma consiste anche in un monitoraggio delle condizioni dell'anziano con il quale si viene in contatto. È per questo motivo che il comune ha preferito non dare in appalto ad una società questo servizio ma curarlo in prima persona.
Il servizio di assistenza domiciliare riguarda soprattutto l'igiene della persona, verificando la capacità dell'utente di assumere i farmaci correttamente e verificando la necessità di un ricovero ospedaliero o di una visita specialistica. In alcuni casi, le operatrici accompagnano l'anziano a fare la spesa, gli consegnano farmaci e generi di prima necessità.
Luigi Cristina
02/01/2009
Padova
Nel 2009 il Veneto sarà protagonista della politica nazionale. Il calendario delle principali iniziative




Si chiude un anno di lavoro intenso per il Partito Democratico del Veneto che nel 2008 ha raggiunto obiettivi importanti sia sul piano organizzativo interno che di presenza sul territorio.

Con le primarie del gennaio scorso, il PD ha selezionato la propria classe dirigente locale (i componenti dei coordinatori di circolo e delle assemblee provinciali) e ha dato vita a 516 circoli in tutta la regione.

Il 2008 stato l’anno in cui il partito ha portato a termine la propria fase costituente, approvando lo Statuto regionale e il Manifesto dei Valori.
Oltre al radicamento territoriale, nell’anno appena concluso il PD veneto ha puntato sulla formazione dei quadri dirigenti istituendo la Scuola Veneta di Politica, che nella sua prima edizione si concluderà il prossimo 21 marzo.

Le elezioni politiche di primavera hanno confermato che nella nostra regione lo schieramento di centrosinistra è ancora minoritario, ma le concomitanti Amministrative hanno determinato risultati importanti, come la vittoria di Achille Variati a Vicenza, che ha portato a 4 su 7 i capoluoghi di provincia governati dal centrosinistra.

Nel 2008 è iniziato il tesseramento che sta dando esiti soddisfacenti e che continuerà nel nuovo anno.
La costituzione dei quadri del movimento giovanile, con le primarie di novembre, ha chiuso un anno dedicato alla strutturazione del partito e al radicamento sul territorio e alla formazione della sua classe dirigente.


Il 2009 sarà altrettanto impegnativo per le sfide che attendono il PD veneto: quelle esterne, come le elezioni amministrative ed europee in primavera, e quelle interne, come i congressi regionale e nazionale in autunno, che tracceranno i nuovi assetti del partito.

La sfida delle amministrative sarà preceduta, in molte realtà, da elezioni primarie per la selezione dei candidati, che si terranno, in larga maggioranza, domenica 8 febbraio (spetterà ai livelli provinciali definire le date delle consultazioni).

In preparazione dei congressi di ottobre, si aprirà una fase di elaborazione programmatica, che vedrà il Veneto protagonista nella proposta politica su temi importanti come la sicurezza, il welfare, la giustizia. Si terranno infatti nella nostra regione due conferenze programmatiche nazionali: quella sui temi della giustizia e sicurezza coordinata dai parlamentari Alessandro Naccarato e Felice Casson, che si articolerà in due momenti: il 30 gennaio a Venezia e il 31 gennaio a Padova; e quella sul welfare coordinata dal sen. Tiziano Treu, che è stata fissata il 6 febbraio.

Altro appuntamento importante del 2009 sarà il forum programmatico delle regioni del Nord, che avrà luogo a Padova il 1 marzo, una tappa importantissima nel percorso di elaborazione politica del partito. Il forum è promosso e organizzato dal Coordinamento delle regioni del Nord che si riunirà per la prima volta venerdì 10 gennaio a Milano.

Nel 2009 dunque il Veneto sarà teatro di molti eventi significativi di carattere nazionale e si troverà ad accogliere i grandi protagonisti della vita politica, e non solo, del Paese. A inaugurare questo ciclo sarà Walter Veltroni, che il 16 gennaio è atteso a Mestre per il lancio della candidatura di Davide Zoggia alla presidenza della Provincia di Venezia (farà tappa anche a Vicenza, dove inaugurerà la sede provinciale).

Le iniziative di carattere nazionale nella nostra regione saranno intervallate da alcuni momenti di rilevanza regionale: sabato 14 febbraio si terrà la prima conferenza dei circoli del PD veneto e, dopo le amministrative, in vista del congresso nazionale, le province venete proporranno sette eventi di confronto tematico aperti alla cittadinanza.

Con il nuovo anno, il partito veneto intensificherà inoltre la sua comunicazione esterna, con una serie di iniziative. Assieme al gruppo consigliare, verrà pubblicata e distribuita già da questo mese Veneto Democratico, la newsletter cartacea che raggiungerà periodicamente i 160 mila elettori delle primarie del 2006.

Ha inoltre visto la luce il primo quaderno della collana “Il Pensiero Democratico”, destinata a raccogliere riflessioni politiche e culturali di alto livello e curata da due giovani studiosi, Paolo Giacon e Michele Fiorillo. I quaderni usciranno con periodicità variabile e saranno distribuiti sotto forma cartacea e potranno essere scaricati dal sito internet www.partitodemocraticoveneto.org. Saranno ospitati contributi di giornalisti, docenti universitari, esperti, politici sui principali temi della società, della cultura, dell’economia, dell’attualità che riguardano il Veneto e il Nordest.