martedì 31 marzo 2009


Valdagno 30 marzo 2009


Valdagno 30 marzo 2009


COMUNICATO




Il Partito Democratico di Valdagno ha concluso il percorso decisionale in merito alle elezioni amministrative del prossimo Giugno.

Già a gennaio l’assemblea del Circolo aveva scelto, con una maggioranza praticamente unanime (99 voti a favore e uno contrario) di appoggiare la candidatura del Sindaco uscente Alberto Neri anche per il prossimo quinquennio. Una valutazione positiva dell’operato dell’attuale amministrazione, la continuità del progetto politico, che parte delle forze ora aggregate nel PD hanno condiviso per tre mandati, e la coerenza politico-amministrativa sono state le valutazioni di fondo che hanno condotto il partito a questa importante decisione

Una seconda scelta altrettanto impegnativa è stata effettuata nell’assemblea del 15 marzo. Dopo un’analisi e una riflessione a volte vissute con una certa sofferenza, con un’intensa e partecipata discussione all’interno del Circolo, sempre attraverso l’uso dello strumento del voto dell’assemblea, il PD valdagnese ha deciso, a maggioranza, di presentarsi con una propria lista e il proprio simbolo alla prova amministrativa di Giugno 2009.

Due scelte di responsabilità e chiarezza che chiamano il PD valdagnese, i suoi candidati, gli iscritti e gli elettori a un impegno forte in campagna elettorale e nella futura amministrazione. Una presenza che sarà attenta nei contenuti, responsabile nelle scelte e di pieno sostegno al lavoro dell’Amministrazione e al suo programma già delineato nella proposta di Bilancio recentemente approvato dal consiglio comunale.

Contemporaneamente il PD continuerà la sua opera di radicamento nel territorio tramite un’azione visibile e aperta con lo scopo di fornire ai valdagnesi un luogo di dibattito e di formazione, far apprezzare l’impegno politico-amministrativo e invogliare le persone ad impegnarsi per la loro città.

Sono indubbiamente dei compiti non facili da realizzare, ma costituiscono uno dei valori fondamentali per i quali il Partito Democratico è nato e uno dei principali impegni che il Circolo del PD di Valdagno si è assunto.


Coordinatore PD Valdagno
Franco Visonà

giovedì 12 marzo 2009

Crisi: responsabilità, coraggio, merito


Senso di responsabilità: oggi più che mai, ciascuno di noi dovrebbe dimostrarne in grande quantità per affrontare al meglio questo periodo di crisi che il Paese sta vivendo. Una crisi senza precedenti, la più grave dal ’29, la più invasiva nelle sue conseguenze sulla società e sull’economia reale. Sarebbe bene, dunque, che in questa situazione critica la smettessimo di agitare le bandierine dei meriti o dei demeriti, e guardassimo in avanti per capire quali sono i problemi da affrontare e le soluzioni da approntare.

Il decreto anticrisi presentato dal governo Berlusconi, nella sua ultima formulazione, non risponde alla necessità di fornire risposte forti a una situazione drammatica. Un esempio tra tanti può essere utile per illustrare al meglio la debolezza della soluzione proposta dall’esecutivo. Mi riferisco alla questione delle energie rinnovabili. Altrove – l’esperienza dell’America di Barack Omaba lo testimonia – si guarda alla “rivoluzione verde” come a una delle stelle polari per uscire dalla crisi. Da noi no. A dispetto di quanto avviene nel resto del mondo, il governo Berlusconi fa un grande passo indietro e modifica le norme relative alla detrazione 55% per i cittadini che investivano nel risparmio energetico. Erano due anni che quella norma esisteva e iniziava ad avere un buon effetto. I cittadini la richiedevano e le aziende stavano utilizzando questa opportunità, soprattutto quelle del comparto edilizio che è in grande crisi. Solo il fatto di infondere nella pubblica opinione il dubbio su quella norma, mettendone in discussione la stessa esistenza, ha determinato una situazione di panico e di incertezza nei cittadini. Si è come trasmessa la sensazione che lo Stato potesse ingannarli. È questo il concetto che è passato. Ed è devastante se si considera che quella misura era stata decisa per attivare un traino all’economia in un momento in cui l’edilizia era ferma.

Altro aspetto critico del decreto: il patto di stabilità. Un oggetto misterioso, conosciuto dagli addetti ai lavori, spesso visto dai cittadini come un alibi. Gli enti locali tendono, infatti, a motivare l’impossibilità di fare determinate opere con l’esigenza di rientrare nel Patto di stabilità. La realtà è che questo strumento è sempre stato applicato in modo piuttosto superficiale, specie per quanto riguarda la possibilità di premiare realmente gli enti virtuosi rispetto a quelli spreconi. Ebbene, il decreto anticrisi contiene una norma strumentale, fatta per uno solo fra gli 8.200 Comuni italiani. Uno solo! Quello di Roma, per il quale è stata concessa una deroga. Senza attenzione a quanto fatto o non fatto negli ultimi anni. E con buona pace di ogni criterio di merito e responsabilità.

C’è poi un altro aspetto legato a doppio filo alla crisi che il decreto non tiene in alcun conto: il rapporto tra imprese e pubblica amministrazione. Un patto di stabilità che si rispetti dovrebbe garantire risposte immediate, a partire dal pagamento dei fornitori da parte della PD. E’ un fatto strutturale ed endemico del Paese: da sempre le amministrazioni pubbliche pagano in ritardo i fornitori privati. Oggi, però, questi ritardi pesano come un macigno sulla disponibilità di denaro liquido delle imprese. Si tratta, dunque, di un danno sia per l’erario che paga tassi di interesse ovviamente più alti quanto più lungo è il tempo trascorso dalla scadenza del termine di pagamento. Ed è un danno soprattutto per il sistema produttivo, già colpito duramente dalla crisi, che è costretto a supplire alle mancanze del pubblico proprio in un momento in cui dovrebbe essere il pubblico a sostenere il privato, o quantomeno a non mettergli i bastoni tra le ruote.

Al Paese serve evidentemente altro. Servono soluzioni coraggiose e forti. Ad esempio, se oggi potessimo giovarci delle liberalizzazioni avviate nella scorsa legislatura e interrotte in quella attuale, affronteremmo meglio la crisi. Così non è. Le risposte fornite dal governo sono per ora leggere e approssimative. È necessario cambiare strada, nell’interesse generale. Siamo tutti chiamati a questo impegno. Poniamoci obiettivi più ambiziosi. Troviamo il coraggio di rilanciare cause giuste e necessarie come quella delle liberalizzazioni. Aggrediamo la crisi, senza paura di toccare interessi consolidati e nicchie di potere. Ne ha bisogno tutto il Paese.
Marco Stradiotto

Grazie dell'attenzione!
Distinti Saluti

Marco Stradiotto

domenica 1 marzo 2009

Sondaggio Consortium: il Pd sfiora il 30%, Dario batte Walter di 6 punti



Nessun calo per il Partito Democratico dopo le dimissioni di Walter Veltroni. Anzi, il Pd è stabile al 29,5% dal 26 gennaio. In esclusiva su Affaritaliani.it i risultati - in controtendenza rispetto agli altri sondaggisti - di Nicola Piepoli, presidente di Consortium. La fiducia in Dario Franceschini segretario è al 34%, sei punti sopra il suo predecessore.

"I dati del 23 febbraio confermano il gradimento nel presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e nell'esecutivo di Centrodestra, entrambi stabili al 50%. Veltroni in una settimana, grazie alle dimissioni, è salito di tre punti percentuali al 28. Ma il neo-segretario dei Democratici Franceschini ha un gradimento nettamente superiore: 34%.

Per quanto riguarda le intenzioni di voto, da lunedì 9 febbraio la maggioranza è ferma al 51%. Il Popolo della Libertà vale il 41%, la Lega Nord il 9 e l'Mpa l'1%. Anche se il computo nazionale danneggia il movimento di Raffaele Lombardo, che prendendo 600.000 voti in Sicilia, in realtà, è all'1,5% circa. Il Partito Democratico, nonostante le dimissioni di Veltroni e il cambio al vertice, è stabile al 29,5% dal 26 gennaio scorso. Non è affatto crollato come sostengono i miei colleghi. L'Italia dei Valori è stabile al 6% dal 19 gennaio e l'Udc al 5,5 dal 12 del mese scorso. Rifondazione Comunista si attesta al 2%, salita nelle ultime tre settimane (prima era all'1,5). Il Pdci è stabile all'1% dal 16 dicembre, stesso valore per i Verdi addirittura dall'ottobre 2008. La Destra, infine, è scesa dal 2 all'1,5% rispetto a quindici giorni fa. Le cifre dei partiti sono pietrificate e penso che queste saranno quelle delle elezioni europee".

Il sondaggio Consortium è stato realizzato lunedì 23 febbraio, campione di 1.000 casi rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne in base ai parametri ISTAT di sesso, età e macro-area di residenza; metodologia C.A.T.I.

Sabato 28.02.2009 07:45

sabato 7 febbraio 2009

Testo integrale della lettera al Presidente del Consiglio

Questo il testo integrale della lettera che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha
inviato al Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, precedentemente alla
approvazione da parte del Consiglio dei ministri di un decreto legge in relazione al caso Englaro.


"Signor Presidente,
lei certamente comprenderà come io condivida le ansietà sue e del Governo rispetto ad una vicenda
dolorosissima sul piano umano e quanto mai delicata sul piano istituzionale.
Io non posso peraltro, nell'esercizio delle mie funzioni, farmi guidare da altro che un esame
obiettivo della rispondenza o meno di un provvedimento legislativo di urgenza alle condizioni
specifiche prescritte dalla Costituzione e ai principi da essa sanciti.
I temi della disciplina della fine della vita, del testamento biologico e dei trattamenti di
alimentazione e di idratazione meccanica sono da tempo all'attenzione dell'opinione pubblica, delle
forze politiche e del Parlamento, specialmente da quando sono stati resi particolarmente acuti dal
progresso delle tecniche mediche.
Non è un caso se in ragione della loro complessità, dell'incidenza su diritti fondamentali della
persona costituzionalmente garantiti e della diversità di posizioni che si sono manifestate,
trasversalmente rispetto agli schieramenti politici, non si sia finora pervenuti a decisioni legislative
integrative dell'ordinamento giuridico vigente.
Già sotto questo profilo il ricorso al decreto legge - piuttosto che un rinnovato impegno del
Parlamento ad adottare con legge ordinaria una disciplina organica - appare soluzione inappropriata.
Devo inoltre rilevare che rispetto allo sviluppo della discussione parlamentare non è intervenuto
nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi
dell'art. 77 della Costituzione se non l'impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e
drammaticità di un singolo caso. Ma il fondamentale principio della distinzione e del reciproco
rispetto tra poteri e organi dello Stato non consente di disattendere la soluzione che per esso è stata
individuata da una decisione giudiziaria definitiva sulla base dei principi, anche costituzionali,
desumibili dall'ordinamento giuridico vigente.
Decisione definitiva, sotto il profilo dei presupposti di diritto, deve infatti considerarsi, anche un
decreto emesso nel corso di un procedimento di volontaria giurisdizione, non ulteriormente
impugnabile, che ha avuto ad oggetto contrapposte posizioni di diritto soggettivo e in relazione al
quale la Corte di cassazione ha ritenuto ammissibile pronunciarsi a norma dell'articolo 111 della
Costituzione: decreto che ha dato applicazione al principio di diritto fissato da una sentenza della
Corte di cassazione e che, al pari di questa, non è stato ritenuto invasivo da parte della Corte
costituzionale della sfera di competenza del potere legislativo.
Desta inoltre gravi perplessità l'adozione di una disciplina dichiaratamente provvisoria e a tempo
indeterminato, delle modalità di tutela di diritti della persona costituzionalmente garantiti dal
combinato disposto degli articoli 3, 13 e 32 della Costituzione: disciplina altresì circoscritta alle
persone che non siano più in grado di manifestare la propria volontà in ordine ad atti costrittivi di
disposizione del loro corpo.
Ricordo infine che il potere del Presidente della Repubblica di rifiutare la sottoscrizione di
provvedimenti di urgenza manifestamente privi dei requisiti di straordinaria necessità e urgenza
previsti dall'art. 77 della Costituzione o per altro verso manifestamente lesivi di norme e principi
costituzionali discende dalla natura della funzione di garanzia istituzionale che la Costituzione
assegna al Capo dello Stato ed è confermata da più precedenti consistenti sia in formali dinieghi di
emanazione di decreti legge sia in espresse dichiarazioni di principio di miei predecessori (si
indicano nel poscritto i più significativi esempi in tal senso).
Confido che una pacata considerazione delle ragioni da me indicate in questa lettera valga ad
evitare un contrasto formale in materia di decretazione di urgenza che finora ci siamo
congiuntamente adoperati per evitare".
Poscritto
1. Con una lettera del 24 giugno 1980, il Presidente Pertini rifiutò l'emanazione di un decreto-legge a lui sottoposto per la firma in materia di verifica delle
sottoscrizioni delle richieste di referendum abrogativo;
2. il 3 giugno 1981, sempre il Presidente Pertini, chiamato a sottoscrivere un provvedimento di urgenza, richiese al Presidente del Consiglio di riconsiderare la
congruità dell'emanazione per decreto-legge di norme per la disciplina delle prestazioni di cura erogate dal Servizio Sanitario Nazionale. Nel caso specifico, uno
degli argomenti addotti dal Capo dello Stato consisteva nel rilievo della contraddizione tra la disciplina del decreto-legge emanando e "un indirizzo
giurisprudenziale in via di definizione";
3. con lettera 10 luglio 1989 al Presidente del Consiglio De Mita, il Presidente Cossiga manifestò la sua riserva in ordine alla presenza dei presupposti
costituzionali di necessità e urgenza ai fini dell'emanazione di un decreto-legge in materia di profili professionali del personale dell'ANAS e affermò: "Ritengo,
pertanto, che, allo stato, sia opportuno soprassedere all'emanazione del provvedimento, in attesa della conclusione del dibattito parlamentare sull'analogo
decreto relativo al personale del Ministero dell'interno";
4. in quella stessa lettera e successivamente nella lettera al Presidente del Consiglio Andreotti del 6 febbraio 1990, il Presidente Cossiga richiamò all'osservanza
delle specifiche condizioni di urgenza e necessità che giustificano il ricorso alla decretazione di urgenza, ritenendo legittimo da parte sua - in caso di non
soddisfacente e convincente motivazione del provvedimento - il puro e semplice rifiuto di emanazione del decreto - legge;
5. con un comunicato del 7 marzo 1993, il Presidente Scalfaro, in rapporto all'emanazione di un decreto-legge in materia di finanziamento dei partiti politici
invitò il Governo a riconsiderare l'intera questione, ritenendo più appropriata la presentazione alle Camere di un provvedimento in forma diversa da quella del
decreto-legge.

giovedì 5 febbraio 2009

Le deputate e i deputati PD per LAVORO FAMIGLIE e IMPRESE

Le 10 proposte dei deputati PD per far uscire l’Italia dalla crisi

Un paracadute contro la disoccupazione

Aumentare subito le risorse e allargare la platea dei lavoratori che accede agli ammortizzatori sociali: estendere la cassa integrazione, i trattamenti di mobilità e disoccupazione ai collaboratori a progetto, titolari di partita IVA a basso reddito, apprendisti e dipendenti del settore artigiano.

Aiuti alle famiglie
Aumentare del 20% gli assegni familiari per i nuclei a basso e medio reddito: il bonus e la social card previste dal Governo sono del tutto insufficienti per sostenere i redditi delle famiglie in difficoltà.

Aiuti alle piccole e medie imprese
Incrementare il Fondo destinato a garantire il credito concesso dalle banche alle piccole e medie imprese.

Tempi certi per i pagamenti della Pubblica Amministrazione
Permettere alle imprese creditrici nei confronti della Pubblica Amministrazione di ottenere la certificazione del credito in modo da poter riscuotere, in tempi più rapidi, i pagamenti, anche attraverso la Cassa depositi e prestiti.

Tutela dei lavoratori
Cancellare la misura, elaborata dal Governo per sbloccare il caso Alitalia, che rende strutturale l’assenza di tutele per i lavoratori in tutti i casi di cessione del ramo dell’azienda.

Investimenti degli Enti locali
Sbloccare gli investimenti degli Enti locali attraverso una deroga al Patto di stabilità interno che ne vincola i bilanci.

Massimo scoperto bancario
Rendere nulla qualsiasi clausola che contenga una commissione per il massimo scoperto, indipendentemente dall’effettivo utilizzo.

Bolletta elettrica
Garantire che il prezzo dell’energia rimanga unico e nazionale anche nel caso in cui il Governo suddivida la rete in tre macro-zone (Nord, Centro, Sud).

Credito d’imposta per la Ricerca
Ripristinare l’automatismo del credito d’imposta per le imprese che investono in Ricerca e innovazione anziché subordinarlo ad un procedimento burocratico che non ne garantisce la concessione.

Incentivi agli investimenti nel Mezzogiorno
Ripristinare l’automatismo del credito d’imposta per le imprese che investono nelle aree sottoutilizzate del Paese.

Il Governo lascia solo il Paese davanti alla crisi Risorse stanziate dai principali Paesi europei a sostegno dell’economia in miliardi di euro

domenica 1 febbraio 2009

Tra Lega e Pd la strategia del flirt
di ILVO DIAMANTI

Potrebbe la Lega tradire il Pdl per fuggire con il Pd? E Bossi abbandonare Berlusconi per Veltroni? Il quesito echeggia nelle stanze della politica dopo il voto sul disegno federalista, bandiera della Lega, approvato neig iorni scorsi con il voto della maggioranza e l'astensione del Pd e dell'Idv. Di fatto: con il consenso - condizionato - del centrosinistra.
Difficile non rammentare il 1995, quando la Lega, dopo la rottura con il Polo di Berlusconi, si presentò da sola a tutte le scadenze elettorali. Appoggiando, in alcuni ballottaggi, l'Ulivo. Il quale vinse, per questo, le elezioni regionali del 1995, ma anche le politiche del 1996. Quando la Lega trionfò.

LE TABELLE

Inneggiando alla secessione. È possibile che in futuro si riproponga lo stesso schema? Che la Lega, partito del Nord, possa sfidare il Pdl, il Polo del Centrosud, ancorato a Roma (An) e in Sicilia (Forza Italia)? Quesito legittimo, visto che, alle elezioni legislative, la Lega ha conquistato oltre l'8% dei voti, a livello nazionale, ma quasi il 20% nel Nord (esclusa l'Emilia Romagna). E successivamente, secondo i sondaggi, è cresciuta, fino a superare il 10%. Il che significa: primo partito in Lombardia e Veneto, dove si aggirerebbe intorno al 30%. D'altra parte è chiaro che il concorrente diretto della Lega è il Pdl, non certo il Pd. Tra i simpatizzanti della Lega, 2 su 3 si dicono vicini al Pdl (nel Nordest, sondaggio Demos per il Gazzettino, luglio 2008). Reciprocamente, 8 simpatizzanti su 10 del Pdl si dicono vicini alla Lega.
Passando alle radici territoriali, alle elezioni del 2008 la Lega si è imposta come primo partito in oltre 800 comuni su un totale di 4000 (pressappoco) che ne conta il Nord (senza l'Emilia Romagna). Nella gran parte dei casi, però, si tratta di un "ritorno", visto che, dopo il 1996, erano stati "conquistati", perlopiù, da FI (si veda l'analisi delle elezioni 2008 su www.demos.it).

Da ciò il problema, per la Lega: trattenere gli elettori "mobili" che, a ondate, in alcune occasioni la spingono in alto, allargando la base "fedele", peraltro ampia e solida. Perché più di ogni altra forza politica la Lega presenta i caratteri del "partito di massa". È radicata nella società e sul territorio del Nord, dove governa in centinaia di comuni piccoli e medi. Dispone di una base fedele, rilevante: il 4% su base nazionale, poco meno del 10% nel Nord. Questi elettori la votano sempre e comunque. Per atto di fede. Esprimono un alto grado di identità "comunitaria". Circa 2 su 3, fra i leghisti, affermano di frequentare in larga maggioranza persone che hanno "le loro stesse opinioni politiche" (LaPolis, maggio 2008, 2100 casi; per dati e tabelle rinviamo a www.demos.it).

Al tempo stesso, però, più degli altri partiti, la Lega riesce ad attirare elettori da altri settori politici, ma anche a perderli. Con un effetto a fisarmonica. È già avvenuto in passato, negli anni Novanta. Si è verificato anche in questo decennio. Alle ultime elezioni, in particolare, ha raddoppiato i voti, perché accanto agli elettori fedeli se ne sono aggiunti altrettanti di nuovi. Ne possiamo osservare i principali caratteri utilizzando i dati di un'indagine condotta nei mesi successivi al voto. Gli orientamenti che distinguono maggiormente i leghisti "nuovi" dai "fedeli" sono, in ordine di importanza, la paura degli immigrati, la domanda disicurezza, la sfiducia nello Stato e nella politica. Aspetti che, perlopiù, specificano l'insieme della base leghista dall'elettorato nel complesso. Ma che raggiungono, fra i neo-leghisti, un livello elevatissimo, il più alto in assoluto. La Lega, in altri termini, ha interpretato il senso di insicurezza che ha investito la società italiana, soprattutto nel Nord.
Non è un caso che abbia conseguito la maggior crescita elettorale in due province, Verona (+19 punti percentuali) e Treviso (+ 17), dove governano Tosi e Gentilini. Sindaci (o prosindaci) leghisti, capaci più di ogni altro, di intercettare - ma anche di alimentare - le paure suscitate dalla criminalità e dai flussi migratori. Inscindibilmente collegati, nel senso comune. Inoltre, i "nuovi" elettori della Lega l'hanno usata come un messaggio antipolitico. Quasi uno su due, tra essi, spiega il proprio votoanzitutto come un atto di "protesta".
Il "federalismo", per questo, è importante, per la Lega. È una bandiera condivisa, in grado di tenere insieme i sentimenti e i risentimenti di un elettorato, peraltro, molto differenziato. Ma, nel tempo della politica come marketing, è stato "clonato". Intercettato e riproposto da tutti, come ogni messaggio dotato di appeal. Così il Federalismo, parola scandalosa vent'anni fa, oggi echeggia dovunque. Ne parlano tutti, senza timidezza e senza vergogna. Anche i più centralisti dei centralisti. Anche le forze politiche più "meridionali". Poco è costato ai "romani" di An e ai "siciliani" di FI sostenerlo. E al Pd astenersi. Tanto il decreto del governo è in-definito. Non se ne conoscono con precisione i costi e i vincoli. Il federalismo a parole: dispiace a pochi. Giusto all'Udc. Paradossalmente: per giocare il gioco della Lega. Per distinguersi da tutti.

Ma davvero la Lega può "staccarsi" da Berlusconi come nel 1994? Ciò che avvenne dopo quella data dovrebbe apparire educativo. Visto che la Lega secessionista trionfò nel 1996 per crollare successivamente. Quando, solitaria, negli anni seguenti finì ai margini del sistema politico. Abbandonata da molti elettori che l'avevano votata, in precedenza, per costringere Roma a una maggiore attenzione verso il Nord, non per andarsene dall'Italia. Oggi, come nel 1996, la Lega è tornata forte. Ma insieme al Pdl. A Berlusconi. Facendo l'opposizione non "al" ma "nel" governo.

Il dialogo con il Pd può servire alla Lega. Per marcare le distanze da Berlusconi e da Fini. Da Roma Ladrona e dalla Sicilia Sprecona. Per fare pressione. Ottenere di più. Non oltre. Perché i leghisti non sono più, come un tempo, estremisti di centro. Quando - a metà degli anni Novanta - i loro elettori non stavano né a destra né a sinistra, ma "fuori" dallo spazio politico. Oggi, invece, la Lega è naturaliter affine (e concorrente) rispetto ad An, per cultura securitaria, e rispetto a Berlusconi, per cultura (anti) politica. Sullo spazio politico (i suoi elettori - nuovi e fedeli, non importa - si situano più a destra del Pdl. Non accetterebbero mai un'intesa stabile con il Pd. Con la Sinistra. Con gli ex democristiani e comunisti. Se non in occasioni e in contesti specifici. È solo un flirt. Per ingelosire l'amante e costringerlo a un'attenzione maggiore.


(26 gennaio 2009)

lunedì 26 gennaio 2009

MURARO Gilberto - 22 gennaio 2009
I costi del federalismo

Pubblicato su Il Mattino di Padova, ven. 23 gennaio 2009, pp. 1 e 12

FEDERALISMO, SI’ DEL SENATO

A volte servono le cifre, a volte e è necessaria e sufficiente l’analisi logica.Nel caso del federalismo fiscale in discussione in Parlamento, si può dire a priori che per definizione esso abbasserà il costo complessivo della finanza locale… se funzionerà. Sarà il costo standard, infatti, e non il costo storico a determinare quanto dare alla periferia. Un costo ancora da definire, è vero, ma basato su un concetto chiaro : il concetto che la spesa necessaria all’adempimento dei compiti affidati a regioni, province e comuni va valutata in base a un ragionevole standard di efficienza, senza più accettare l’inefficienza insita in molti casi nella spesa storica. In particolare, per essere chiari, senza più accettare il costo del sovrabbondante impiego pubblico che caratterizza gran parte della finanza locale al Sud. A parità di funzioni, quindi, il federalismo fiscale non può che comportare un risparmio, in teoria.Ne consegue che un eventuale maggiore costo del federalismo fiscale è concettualmente associabile non alla riforma ma al suo fallimento. Se la macchina burocratica centrale non verrà ridotta in cambio della dilatazione di quella periferica, allora sì che il federalismo fiscale comporterà un doppio costo. Oppure, se numerosi Comuni, Province e Regioni si terranno le maggiori risorse locali che una dilatata autonomia tributaria consentirà loro di prelevare e poi chiederanno a Roma quanto o più di quello che ottengono ora e lo otterranno da un Governo e un Parlamento ricattati dai buoni sentimenti o preoccupati dalle prossime elezioni più che dalle crepe delle finanza pubblica, allora sì che il federalismo fiscale comporterà una spesa aggiuntiva e non un beneficio per la nazione.Non sono ipotesi astratte. E’ fin troppo noto il paradosso della maggiore spesa e del maggiore impiego pubblico statale che si è manifestato dopo il forte decentramento di funzioni introdotto a fine anni ’90 dalle leggi Bassanini . E per quanto riguarda il mancato rispetto delle regole nel rapporto tra centro e periferia, esso rappresenta una potente chiave di lettura di una parte rilevante della storia finanziaria dell’Italia repubblicana. Fin dagli inizi, quando la Sicilia ottiene il diritto di trattenere praticamente l’intero prelievo tributario locale in cambio di maggiori impegni di spesa, in particolare in cambio dell’ingente spesa per l’ istruzione, e poi si tiene le risorse continuando a mandare a Roma, cioè ai non siciliani, il conto delle scuole. E poi, con la politica successiva alla riforma fiscale degli anni ’70, quando il governo pone agli enti periferici vincoli di bilancio che non fa rispettare e procede poi a sanatorie dei deficit e addirittura basa i successivi trasferimenti sulla spesa “sanata” e quindi premia di fatto i Comuni con maggiori deficit ( che è il motivo per cui i comuni veneti continuano a essere puniti per essere stati virtuosi, come più volte segnalato su queste colonne). E poi ancora, con i deficit della gestione regionale della sanità che nell’ultimo triennio hanno indotto a dare ad alcune regioni miliardi di fondi aggiuntivi rispetto a quanto loro attribuito dalla formula di ripartizione del fondo sanitario nazionale, che è tecnicamente una buona formula. E per arrivare ai giorni nostri, abbiamo già dimenticato i 140 milioni a Catania e i 500 a Roma di qualche settimana fa?
Non si tratta quindi di interrogarsi oggi sui costi della riforma o comunque chiedere delle cifre che non possono derivare dai “principi” contenuti nel progetto di legge delega oggi in discussione. I numeri, infatti, non potranno che emergere dai successivi decreti legislativi che preciseranno le norme e i loro effetti. Ciò che oggi appare necessario e sufficiente è l’ impegno di tutti - un impegno corale e solenne, senza se e senza ma - a essere finalmente seri.