giovedì 12 marzo 2009

Crisi: responsabilità, coraggio, merito


Senso di responsabilità: oggi più che mai, ciascuno di noi dovrebbe dimostrarne in grande quantità per affrontare al meglio questo periodo di crisi che il Paese sta vivendo. Una crisi senza precedenti, la più grave dal ’29, la più invasiva nelle sue conseguenze sulla società e sull’economia reale. Sarebbe bene, dunque, che in questa situazione critica la smettessimo di agitare le bandierine dei meriti o dei demeriti, e guardassimo in avanti per capire quali sono i problemi da affrontare e le soluzioni da approntare.

Il decreto anticrisi presentato dal governo Berlusconi, nella sua ultima formulazione, non risponde alla necessità di fornire risposte forti a una situazione drammatica. Un esempio tra tanti può essere utile per illustrare al meglio la debolezza della soluzione proposta dall’esecutivo. Mi riferisco alla questione delle energie rinnovabili. Altrove – l’esperienza dell’America di Barack Omaba lo testimonia – si guarda alla “rivoluzione verde” come a una delle stelle polari per uscire dalla crisi. Da noi no. A dispetto di quanto avviene nel resto del mondo, il governo Berlusconi fa un grande passo indietro e modifica le norme relative alla detrazione 55% per i cittadini che investivano nel risparmio energetico. Erano due anni che quella norma esisteva e iniziava ad avere un buon effetto. I cittadini la richiedevano e le aziende stavano utilizzando questa opportunità, soprattutto quelle del comparto edilizio che è in grande crisi. Solo il fatto di infondere nella pubblica opinione il dubbio su quella norma, mettendone in discussione la stessa esistenza, ha determinato una situazione di panico e di incertezza nei cittadini. Si è come trasmessa la sensazione che lo Stato potesse ingannarli. È questo il concetto che è passato. Ed è devastante se si considera che quella misura era stata decisa per attivare un traino all’economia in un momento in cui l’edilizia era ferma.

Altro aspetto critico del decreto: il patto di stabilità. Un oggetto misterioso, conosciuto dagli addetti ai lavori, spesso visto dai cittadini come un alibi. Gli enti locali tendono, infatti, a motivare l’impossibilità di fare determinate opere con l’esigenza di rientrare nel Patto di stabilità. La realtà è che questo strumento è sempre stato applicato in modo piuttosto superficiale, specie per quanto riguarda la possibilità di premiare realmente gli enti virtuosi rispetto a quelli spreconi. Ebbene, il decreto anticrisi contiene una norma strumentale, fatta per uno solo fra gli 8.200 Comuni italiani. Uno solo! Quello di Roma, per il quale è stata concessa una deroga. Senza attenzione a quanto fatto o non fatto negli ultimi anni. E con buona pace di ogni criterio di merito e responsabilità.

C’è poi un altro aspetto legato a doppio filo alla crisi che il decreto non tiene in alcun conto: il rapporto tra imprese e pubblica amministrazione. Un patto di stabilità che si rispetti dovrebbe garantire risposte immediate, a partire dal pagamento dei fornitori da parte della PD. E’ un fatto strutturale ed endemico del Paese: da sempre le amministrazioni pubbliche pagano in ritardo i fornitori privati. Oggi, però, questi ritardi pesano come un macigno sulla disponibilità di denaro liquido delle imprese. Si tratta, dunque, di un danno sia per l’erario che paga tassi di interesse ovviamente più alti quanto più lungo è il tempo trascorso dalla scadenza del termine di pagamento. Ed è un danno soprattutto per il sistema produttivo, già colpito duramente dalla crisi, che è costretto a supplire alle mancanze del pubblico proprio in un momento in cui dovrebbe essere il pubblico a sostenere il privato, o quantomeno a non mettergli i bastoni tra le ruote.

Al Paese serve evidentemente altro. Servono soluzioni coraggiose e forti. Ad esempio, se oggi potessimo giovarci delle liberalizzazioni avviate nella scorsa legislatura e interrotte in quella attuale, affronteremmo meglio la crisi. Così non è. Le risposte fornite dal governo sono per ora leggere e approssimative. È necessario cambiare strada, nell’interesse generale. Siamo tutti chiamati a questo impegno. Poniamoci obiettivi più ambiziosi. Troviamo il coraggio di rilanciare cause giuste e necessarie come quella delle liberalizzazioni. Aggrediamo la crisi, senza paura di toccare interessi consolidati e nicchie di potere. Ne ha bisogno tutto il Paese.
Marco Stradiotto

Grazie dell'attenzione!
Distinti Saluti

Marco Stradiotto

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