MURARO Gilberto - 22 gennaio 2009
I costi del federalismo
Pubblicato su Il Mattino di Padova, ven. 23 gennaio 2009, pp. 1 e 12
FEDERALISMO, SI’ DEL SENATO
A volte servono le cifre, a volte e è necessaria e sufficiente l’analisi logica.Nel caso del federalismo fiscale in discussione in Parlamento, si può dire a priori che per definizione esso abbasserà il costo complessivo della finanza locale… se funzionerà. Sarà il costo standard, infatti, e non il costo storico a determinare quanto dare alla periferia. Un costo ancora da definire, è vero, ma basato su un concetto chiaro : il concetto che la spesa necessaria all’adempimento dei compiti affidati a regioni, province e comuni va valutata in base a un ragionevole standard di efficienza, senza più accettare l’inefficienza insita in molti casi nella spesa storica. In particolare, per essere chiari, senza più accettare il costo del sovrabbondante impiego pubblico che caratterizza gran parte della finanza locale al Sud. A parità di funzioni, quindi, il federalismo fiscale non può che comportare un risparmio, in teoria.Ne consegue che un eventuale maggiore costo del federalismo fiscale è concettualmente associabile non alla riforma ma al suo fallimento. Se la macchina burocratica centrale non verrà ridotta in cambio della dilatazione di quella periferica, allora sì che il federalismo fiscale comporterà un doppio costo. Oppure, se numerosi Comuni, Province e Regioni si terranno le maggiori risorse locali che una dilatata autonomia tributaria consentirà loro di prelevare e poi chiederanno a Roma quanto o più di quello che ottengono ora e lo otterranno da un Governo e un Parlamento ricattati dai buoni sentimenti o preoccupati dalle prossime elezioni più che dalle crepe delle finanza pubblica, allora sì che il federalismo fiscale comporterà una spesa aggiuntiva e non un beneficio per la nazione.Non sono ipotesi astratte. E’ fin troppo noto il paradosso della maggiore spesa e del maggiore impiego pubblico statale che si è manifestato dopo il forte decentramento di funzioni introdotto a fine anni ’90 dalle leggi Bassanini . E per quanto riguarda il mancato rispetto delle regole nel rapporto tra centro e periferia, esso rappresenta una potente chiave di lettura di una parte rilevante della storia finanziaria dell’Italia repubblicana. Fin dagli inizi, quando la Sicilia ottiene il diritto di trattenere praticamente l’intero prelievo tributario locale in cambio di maggiori impegni di spesa, in particolare in cambio dell’ingente spesa per l’ istruzione, e poi si tiene le risorse continuando a mandare a Roma, cioè ai non siciliani, il conto delle scuole. E poi, con la politica successiva alla riforma fiscale degli anni ’70, quando il governo pone agli enti periferici vincoli di bilancio che non fa rispettare e procede poi a sanatorie dei deficit e addirittura basa i successivi trasferimenti sulla spesa “sanata” e quindi premia di fatto i Comuni con maggiori deficit ( che è il motivo per cui i comuni veneti continuano a essere puniti per essere stati virtuosi, come più volte segnalato su queste colonne). E poi ancora, con i deficit della gestione regionale della sanità che nell’ultimo triennio hanno indotto a dare ad alcune regioni miliardi di fondi aggiuntivi rispetto a quanto loro attribuito dalla formula di ripartizione del fondo sanitario nazionale, che è tecnicamente una buona formula. E per arrivare ai giorni nostri, abbiamo già dimenticato i 140 milioni a Catania e i 500 a Roma di qualche settimana fa?
Non si tratta quindi di interrogarsi oggi sui costi della riforma o comunque chiedere delle cifre che non possono derivare dai “principi” contenuti nel progetto di legge delega oggi in discussione. I numeri, infatti, non potranno che emergere dai successivi decreti legislativi che preciseranno le norme e i loro effetti. Ciò che oggi appare necessario e sufficiente è l’ impegno di tutti - un impegno corale e solenne, senza se e senza ma - a essere finalmente seri.
lunedì 26 gennaio 2009
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